Perché un laboratorio di scrittura creativa.

Competenza narrativa.

L’esperienza umana non è un’esperienza oggettiva, quanto piuttosto un’esperienza mediata di significati. Risulta evidente come non reagiamo allo stesso modo agli stessi eventi e, altrettanto certo, siamo influenzati dalle interpretazioni altrui, da quelle socialmente accettate, dagli stereotipi, dai significati culturali, dall’adeguamento, ecc. La competenza narrativa assume dunque un’importanza particolare nell’interpretazione della realtà. Lo sviluppo di questa competenza è uno dei traguardi principali che questo laboratorio si prefigge, attraverso l’esercizio interpretativo, la narrazione dello stesso evento, la ricerca delle intenzioni celate dietro le azioni di persone o personaggi, attraverso l’attribuzione del senso complessivo di un racconto. Tramite il confronto con  questo senso con gli altri appartenenti al gruppo si esercita e si forma la competenza narrativa.
A differenza di altre modalità argomentative, la narrazione consente di dare voce contemporaneamente alla ragione, all’immaginazione e all’emozione e dunque permette di non scindere aspetti la cui unità e fecondazione reciproca sono fondamentali.
Attraverso il racconto è possibile sperimentare un luogo di esperienze corporee/cognitive/relazionali dove la costruzione di storie è strumentale alla socializzazione, al potenziamento di capacità residue e non ultimo anche forma di divertimento e riflessione per i ragazzi/e che vi partecipano.
In particolare è nella dimensione del racconto che si rivela il vero senso della condivisione, dove il dialogo tra la singolarità di ciascun soggetto e la diversità dell’altro permettono una migliore comprensione dell’identità personale e culturale degli individui. Noi siamo la nostra storia passata, quella personale e quella del nostro gruppo: la nostra identità può essere resa attraverso il racconto che facciamo di noi stessi, della nostra vita e di parti rilevanti e significative di esse. Le storie sono i mezzi attraverso cui possiamo rivelare noi stessi e il nostro mondo agli altri e sono anche soprattutto il modo in cui l’altro si rivela a noi.

Perché un Laboratorio di Scrittura Creativa…sulle Emozioni.
Competenza emotivo-relazionale: presupposti psico-pedagogici.

La teoria che fa da sfondo e che ispira questo laboratorio è l’Educazione-razionale-emotiva (ERE). Si tratta di una procedura psicoeducativa che mira ad educare l’individuo ad affrontare le proprie emozioni disfunzionali imparando a utilizzare e potenziare la propria capacità di pensare in modo costruttivo e razionale.

Gli assunti principali sono:
• Nella maggior parte dei casi le emozioni che proviamo e il modo in cui ci comportiamo sono la risultante di ciò che pensiamo
• Un modo di pensare inadeguato (irrazionale) porta a reazioni emotive e comportamentali disfunzionali
• I problemi emotivi possono essere superati imparando a sostituire i pensieri negativi e controproducenti con pensieri più realistici e costruttivi.
Inteso come strategia di prevenzione del disagio emotivo, il laboratorio è funzionale ad un vero e proprio lavoro di “alfabetizzazione emozionale”. Il modello dell’emozione adottato nell’ambito dell’educazione emotiva include i tre elementi che intervengono in qualsiasi manifestazione emotiva.
PUNTO A: l’evento attivante, la situazione vissuta dall’individuo.
PUNTO B: la propria rappresentazione mentale della realtà, il proprio modo di pensare, ovvero di interpretare e valutare, dentro la propria testa, ciò che è avvenuto al punto A.
PUNTO C: la reazione emotiva e comportamentale derivante dalla valutazione avvenuta al punto B.

Tenendo conto degli elementi sopra esposti si tratta quindi di tenere presente il seguente percorso:
A. Innanzitutto si cerca di aiutare l’individuo a riconoscere, a identificare le proprie emozioni, a essere consapevole di come si sente quando prova un certo disagio emotivo.
B. Poi si tratta di aiutarlo a identificare il rapporto esistente fra modo di sentirsi e modo di pensare e a rendersi conto che se si sente in un certo modo è perché pensa secondo determinate modalità.
C. Infine si cercherà di aiutare l’individuo ad intervenire su quei meccanismi mentali che sono alla base di disfunzioni emozionali, operando una trasformazione all’interno della propria mente e quindi cambiando qualcosa nel proprio dialogo interno, ossia nel modo in cui parla a se stesso quando interpreta e valuta ciò che gli accade.
Il pensiero, l’emozione e il comportamento non vengono considerati come processi psicologici separati, ma come processi altamente interdipendenti e interattivi. Ciò significa che gli individui non si limitano semplicemente a reagire agli eventi, ma li interpretano e li giudicano in base alle loro convinzioni, e di conseguenza sviluppano comportamenti ed emozioni adeguate oppure disfunzionali.

E’ ciò che con un termine tecnico viene chiamata ristrutturazione cognitiva. Ciò non significa reprimere le proprie emozioni, ma trasformarle agendo sul meccanismo che determina l’insorgere e il perdurare di stati emotivi negativi. Acquisire la capacità di fronteggiare le emozioni negative significa quindi imparare a riconoscere e a trasformare i propri pensieri irrazionali. L’obiettivo cioè è quello di lavorare affinchè siano potenziati quegli aspetti dell’intelligenza in grado di favorire un equilibrio nelle reazioni emotive.

Tale processo implica:
– Consapevolezza dell’insorgere di uno stato d’animo negativo
– Riconoscimento di pensieri che precedono e accompagnano il manifestarsi di tale stato d’animo
– Individuazione dei pensieri nocivi o irrazionali
– Correzione e trasformazione di tali pensieri disfunzionali attraverso il ragionamento
– Ricorso continuo a nuovi modi di pensare più adeguati al fine di sperimentare reazioni emotive e comportamentali più funzionali alla situazione.

Attraverso il laboratorio si tenta di creare delle esperienze di apprendimento attraverso le quali l’individuo acquisisce consapevolezza dei propri stati emotivi e dei meccanismi cognitivi che li influenzano, per poi applicare tali conoscenze per risolvere i problemi e le difficoltà che incontra nella vita reale.

Obiettivi principali del laboratorio.

• Conoscenza e discriminazione delle emozioni fondamentali.
L’individuo dovrà essere in grado di conoscere e dare un nome alle emozioni fondamentali (gioia, rabbia, tristezza, paura, vergogna, disgusto, sorpresa, amore). E’ indispensabile dunque che affini la capacità di discriminare le diverse espressioni mimiche facciali, la postura, il tono della voce, il linguaggio non verbale del corpo. Tutto ciò sarà possibile attraverso la presentazioni di immagini, ritagli di riviste e giornali, raffiguranti personaggi e stati d’animo diversi. Necessari gli inviti ad osservare il viso e la postura dei vari componenti del gruppo attraverso giochi, esercizi di gruppo, drammatizzazioni e cogliendo situazioni e vissuti emotivi che si presentano spontaneamente nella vita vissuta.
• Autoconsapevolezza ed espressione del proprio stato emotivo.
L’individuo dovrà essere invitato a dare un nome al proprio stato emotivo, acquistarne consapevolezza, saperlo esprimere e comunicare agli altri in maniera adeguata.
• Favorire l’acquisizione di abilità di autoregolazione del proprio comportamento.
L’individuo dovrà apprendere abilità di gestione della rabbia, capacità di calmarsi, di liberarsi dalla collera e dall’irritabilità. Utili a tal fine sono l’utilizzo del role-playing di situazioni conflittuali che si verificano realmente o appositamente inventate, o la creazione di personaggi su cui proiettare i propri stati emotivi. Il fine è quello di educare i partecipanti al laboratorio all’utilizzo di comportamenti alternativi positivi.
• Favorire l’accettazione di se stessi e degli altri.
L’individuo dovrà essere guidato ad uscire dal proprio egocentrismo (naturalmente nei limiti di ciò che ci consente l’età e il suo sviluppo) per entrare in ascolto dell’altro. Grazie all’esperienza di gruppo egli impara che non esiste soltanto il suo vissuto emotivo, ma anche quello degli altri e che così come le sue emozioni vengono accolte ed ascoltate, anche lui dovrà fare lo stesso con quelle degli altri. Anche in questo caso si attuerà attraverso esercizi del “facciamo finta di…”, piccole drammatizzazioni, che favoriscono il decentramento dell’individuo e l’ascolto dell’altro.
• Incrementare la frequenza e l’intensità di stati d’animo piacevoli.
Struttura del laboratorio.

I° FASE.

In un primo momento vengono verificate mediante discussione di gruppo le conoscenze e le abilità cognitive, emotive e relazionali di partenza.
II° FASE.
Costruzione della storia attraverso discussioni di gruppo, role-playing, attività grafico-pittoriche, giochi sul vissuto personale, piccole drammatizzazioni, dei partecipanti al laboratorio.
III° FASE.
Stesura definitiva ed illustrazione secondo tecniche diverse della storia inventata dal gruppo al fine di stampare un piccolo libricino.

Tecnica di conduzione del laboratorio.
Lo stile socratico.

Questa modalità si basa principalmente su tre caratteristiche: porre domande in modo sistematico, ragionare induttivamente e pervenire a definizioni condivise. Ponendosi con un atteggiamento empatico e curioso si può evitare che gli individui vivano il dialogo e la discussione come un’altra forma di paternale, se non addirittura come una sorta di inquisizione. E’ un po’ come aiutarlo a mettere insieme un puzzle: se gli viene dato un pezzo che non sa dove mettere, non bisogna insistere, ma è opportuno offrirgliene qualcun altro e, quando l’immagine inizierà a svilupparsi meglio, si potrà riproporre il pezzo che gli aveva creato difficoltà.
Il dialogo socratico va adattato alle risposte dell’individuo, tenendo conto che esse potranno essere influenzate dal disagio provato, dalla sua tolleranza alla frustrazione, dal suo background culturale, dal livello di maturità cognitiva, affettiva e relazionale e dalla reattività alla discussione di gruppo.
Gli accorgimenti che sono usati da chi conduce il laboratorio sono i seguenti:
– Limitare il più possibile l’esposizione del proprio punto di vista personale
– Evitare affermazioni categoriche
– Porre il più possibile domande
– Evitare riscontri punitivi per eventuali atteggiamenti sbagliati dell’individuo
– Favorire la partecipazione di tutto il gruppo
– Riassumere quanto emerge dalla discussione
– Favorire la collaborazione tra i partecipanti al gruppo per la condivisione di soluzioni e strategie

Saranno i partecipanti al laboratorio a determinare l’andamento degli incontri. E’ la loro esperienza di vita che formerà la base per la discussione che accompagna tutte le attività.

 

 

PRESENTAZIONE LABORATORIO

“Chi ha paura dell’uomo nero?”

Tema del laboratorio.

Nel laboratorio di quest’anno il tema che si è affrontato è stato quello della paura. L’obiettivo è stato quello di far ragionare i ragazzi sul concetto della paura in generale e sulle paure e timori di ciascuno in particolare, attraverso un lavoro creativo, fisico e manuale: si è cercato insomma di fornire loro un pretesto per far uscire i ‘mostri nell’armadio’, tentando di esorcizzarli, tramite interventi individuali e collettivi. In particolare ciascuno di loro ha cercato di individuare il proprio “uomo nero”, la propria paura e facendosi accompagnare da essa nella costruzione della storia.

Partecipanti.

Ricci Pietro, Erica Carlini, Emanuele Ardito, Stefania Menghini, Mauro Cavalieri, Andrea Bartolini, Luca Morresi, Paolo Mercuri, Cristina Mercuri, Elisabetta la Notte, Benedetto Eleuteri, Mauro Sguigna, Paola Mogliani, Sara Barbatelli, Matteo Marinelli, Nazzarena Palmieri, Maria Rita Cellini, Massimiliano Cardente. (18 utenti)

Metodologia

– Contatto con i ragazzi, prime indagini sulla paura;

– Esercizi di scrittura per familiarizzare con le “parole della paura”;

– Lettura e verifica della comprensione dei testi scelti.

– Lavoro individuale (fisico e manuale): rappresentazione della paura tramite il disegno e diverse tecniche grafiche, espressioni del corpo di fronte alla paura e ricerca di un metodo per affrontare la paura;

– Scrittura di gruppo della storia sull’uomo nero;

– Confronto e sintesi.

Tempi.

12 mesi, due incontri a settimana di due ore, con due operatori.

Svolgimento.

Nella prima parte dell’anno abbiamo usato “I racconti del terrore” di E. A. Poe e le fiabe classiche. Il fine è stato quello di far familiarizzare i ragazzi con la terminologia e i concetti del mondo della paura. In particolare siamo partiti dall’analisi delle figure “cattive” o “paurose” delle fiabe da loro conosciute. Questo per facilitare i ragazzi ad entrare in un mondo per loro piuttosto difficile da comprendere e di cui parlare, in particolare per il carattere di astrattezza che ha il tema e per le difficoltà nell’area cognitiva che ciascun utente ha (anche se con gradazioni diverse). Partire da immagini e racconti a loro molto familiari (la conoscenza delle fiabe rappresenta la base comune dell’infanzia di tutti gli utenti) ha permesso ai ragazzi di muoversi in maniera piuttosto sicura, acquistando fiducia in se stessi e nelle proprie idee, presupposto fondamentale per poi portarli a creare loro stessi un racconto.

Cominciare con le fiabe classiche ci ha permesso inoltre di far vivere ai ragazzi la paura come una sensazione superabile e affrontabile, rendendoli consapevoli che le paure che avevano da piccoli ora non le hanno più. In particolare abbiamo usato per gli esercizi di lettura, comprensione del testo e scrittura i seguenti racconti:

Cappuccetto rosso (il Lupo)

Biancaneve (la strega)

Cenerentola (la matrigna)

Il lupo e i sette capretti (Il Lupo)

I tre porcellini (Il lupo)

Jack e il fagiolo magico (L’orco)

Pierino e il lupo (il lupo)

Hansel e Gretel (la strega)

Siamo passati poi ai “racconti del terrore” di Poe per arricchire il lessico e introdurli al mondo della paura degli adulti. I ragazzi hanno partecipato con vivo interesse alla lettura dei racconti, il linguaggio e le immagini cruente li hanno particolarmente interessati perché l’ansia e il terrore che venivano fuori erano poi gestite dall’intero gruppo e una volta condivise venivano “smontate”. In particolare abbiamo letto i seguenti racconti (chiaramente sintetizzati e semplificati da chi conduceva il laboratorio):

Il gatto nero

Il pozzo e il pendolo

La caduta della casa Usher

Nella seconda parte dell’anno si è molto lavorato sulla conversazione libera e sul racconto delle proprie paure, una volta individuata la paura predominante in ciascuno di loro, intorno ad essa si è costruito un racconto, cercando sempre una modalità, con metodo induttivo, per affrontarla. Si è scelto come figura che fa da collante di tutti i racconti quella dell’uomo nero perché è la meno caratterizzata e agganciata ad un senso del terrore più astratto.

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